marco pollice apre LuceLab

marco pollice apre LuceLab a milano spazio creativo e laboratorio di ricerca e sviluppo della luce a partire dall’essere umano

uno spazio creato a partire dall’uomo tenendo conto della sua visione, delle sue emozioni, della sua salute.
tra tradizione e innovazione, scienza e arte, creatività e design, risparmio energetico, progettazione di idee e costruzione di sistemi illuminotecnici e prodotti custom made.

uno spazio dove architetti, artisti, designer e appassionati della luce trovano un terreno per scambiarsi idee e portare competenze diverse in direzione di un unico scopo: il benessere dell’uomo.

terra migaki design – fuorisalone 2016 nell’ambito dell’evento sharing design

terra migaki design

fuorisalone 2016 nell’ambito dell’evento sharing design

In occasione del Fuorisalone 2016 nasce tra Italia e Giappone una nuova collaborazione.
Il legame tra i due Paesi intende promuovere lo scambio culturale internazionale a partire da un materiale che le accomuna, la terra cruda, ed è finalizzato al suo impiego innovativo nel settore del green design.

Nell’ambito di questo rapporto, che coinvolge diverse Associazioni ed Enti sia italiani che giapponesi, sono stati organizzati molteplici eventi a partire dal bando di un concorso di design che si conclude al termine della settimana del Fuorisalone. Il concorso è arricchito da iniziative quali:

16 febbraio Biblioteca Sormani, Milano
meeting introduttivo in collaborazione con Milano Makers
2-17 aprile Fabbrica del Vapore, Milano
8-10 aprile Fabbrica del Vapore, Milano
workshop ANAB teorico-pratico tenuto dai magister artis K.Matsuki e S.Suzuki, finalizzato al completamento degli oggetti di design con tecniche Migaki
13 aprile Fabbrica del Vapore, Milano
convegno con premiazione concorso Settembre 2016 viaggio in Giappone con un itinerario culturale sul tema del concorso.

marco pollice luce per l’arte sense of light

marco pollice luce per l’arte sense of light

continua la collaborazione con l’artista massimo uberti protagonista il 22 marzo della personale After the Gold Rush

massimo uberti lavora con la luce. Questo è l’elemento che accomuna tutte le sue più diverse esperienze fin dagli esordi nella Milano anni Ottanta con il gruppo di Lazzaro Palazzi. Dalla fine degli anni Novanta, ha integrato nelle sue opere, in maniera più sistematica, il neon e con questo crea delle grandi installazioni ambientali in cui divengono intangibili le linee architettoniche degli spazi costruiti o le lettere che compongono brevi frasi poetiche. Centrale nei suoi lavori è la presenza dello spettatore che diventa parte fondamentale dell’opera, sperimentando un diverso spazio di luce e quindi di vita: un “Altro Spazio”, come sentenzia in una delle sue più note installazioni realizzate con il neon.

Nella mostra che lo Spazioborgogno di Milano propone, dopo alcuni anni dalla prima personale del 2011, Massimo Uberti introduce una novità rispetto alle partecipazioni in spazi pubblici e privati più recenti, tra cui ricordiamo la personale alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma “Spazio Amato”, l’intervento presso Art Basel Miami per Bentley e l’installazione all’Amsterdam Light Festival 2015 con “Today I Love You” sul tema dell’amicizia ingegnerizzata da Marco Pollice e diventata oggi opera permanente.

Nella mostra After the Gold Rush, dal titolo di una canzone di Neil Young del 1970, l’artista sperimenta la caratteristica di riflettanza (la capacità di luce che una data superficie è in grado di riflettere) della spaceblanket, la coperta isotermica “metallina” utilizzata nelle situazioni di emergenza e ormai in modo massivo nel salvataggio delle centinaia di migliaia di profughi che cercano di raggiungere l’Europa superando le frontiere dei Balcani o via mare verso Lampedusa e la Sicilia.

L’occasione nasce dalla necessità di ricucire la più stretta e drammatica attualità con una delle tematiche più care all’artista, quella delle città ideali. La pelle brillante, dorata e argentata, di questo materiale indu striale con cui si avvolge e salva la vita a un uomo, diviene il “foglio” su cui poter scrivere parole nuove e disegnare, in pianta o in prospettiva, una città ideale e infinita, suggestione della pianta di Sforzinda progettata dal Filarete intorno al 1465. Il progetto di città ideale che Uberti ha utilizzato per la grande installazione luminosa, “Dreams of Possible City”, per il Chiostro della Magnolia alla Fondazione Stelline di Milano (2008- 2013), diviene qui la traccia su cui costruire una nuova visione di spazio da abitare.

L’ideale della città a cui Uberti continua a pensare ha al centro l’uomo, un uomo che ancora sia capace di sognare, di guardare in alto e lontano oltre che a vivere nella bellezza diffusa. E la misura della coperta isotermica, tagliata secondo la dimensione dell’uomo adulto, diventa simbolo di quel paradigma rinascimentale che vede l’uomo nel suo stesso corpo come “misura di tutte le cose”.

After the Gold Rush, in cui l’artista continua a sorprendere per la raffinatezza ed eleganza delle grandi installazioni presentate, deve essere letta come un monito: oggi che la corsa all’oro è soltanto un ingannevole brillio, dobbiamo necessariamente costruire la città ideale in cui vivere in armonia, nella condivisione di spazio oltre che di valori.

curata da marco bazzini
Spazioborgogno Ripa di pta Ticinese 113 – Milano

milano, 22 marzo – 23 Aprile 2016
opening 22 marzo 2016 ore 18.30

la biblioteca di alessandria di alfredo pizzo greco alla biblioteca sormani

la biblioteca di alessandria di alfredo pizzo greco alla biblioteca sormani

in occasione delle celebrazioni dei 60 anni nella sede di Palazzo Sormani, la Biblioteca Centrale propone ai lettori un’opera d’arte che rievoca un archetipo bimillenario, custode di uno dei più antichi tesori del sapere umano

la Biblioteca di Alessandria di Alfredo Pizzo Greco si compone di 2063 volumi tra libri combusti e libri rossi, realizzati dal 1922 al 2013, e sarà allestita nella sala Cataloghi al primo piano con progetto dell’Architetto Rosmary Pirotta. L’opera sarà inaugurata domenica 13 marzo alle ore 17.00 e sarà visitabile fino al 4 giugno 2016.

nutrire con la luce pollice illuminazione per expo 2015 anno internazionale della luce

nutrire con la luce: pollice illuminazione si prepara per l’expo 2015 nell’anno internazionale della luce

In occasione dell’anno internazionale della luce, che coincide con l’expo a milano, la pollice illuminazione si prepara a una serie di iniziative per far conoscere nel nostro paese il suo impegno di ricerca scientifica in questa materia, motivo di studio sul rapporto tra la luce e la salute dell’essere umano. In primis, il light designer marco pollice presenta il suo volume “healthy light”, suggestivo strumento editoriale per indagare i diversi aspetti dell’illuminazione e della stretta interazione con il benessere psico-fisico dell’essere umano.

marco pollice at the condé nast international luxury conference in florence

marco pollice at the condé nast international luxury conference in florence

what’s the perfect contest where to be with special lighting atmospheres of wellbeing and luxury than the first condè nast international luxury conference at palazzo corsini, in florence?

marco pollice brings his sense of light to this special event with selected objects coming from his production and presents the new sculputures of light light house designed for pollice illuminazione by the international artist massimo uberti, known for his work of light and his metaphisical installations.

le mille luci di marco pollice

le mille luci di marco pollice

fonte: http://storiereali.blogspot.it/2014/05/storiereali-presenta-intervista-marco.html?m=1

“I colori oramai non sono più pigmenti, sono luci. Noi viviamo almeno il sessanta per cento della nostra giornata in mezzo a luci colorate. I casi sono due: o ci spariamo, perché non sopportiamo questa disumanità del paesaggio che ci circonda, oppure ci viene voglia di capire che cosa possiamo farne” Ettore Sottsass

Oggi i passaggi tra le espressioni artistiche sono fluidi, non esistono linee di demarcazione tra scultura, pittura, architettura e design. Chi opera in questi territori senza confini, come Marco Pollice, riconosce che gli ambiti di ricerca e di progettazione si sono amplificati: dall’oggetto all’abitazione, dalla città fino al paesaggio urbano e alla dimensione sociale. Come auspica, in anticipo sui tempi, il grande teorico prima che designer Ettore Sottsass, non si può eludere l’impatto psicologico, prima che estetico, che le invenzioni e i progetti urbani hanno sulla comunità intera.

La luce è stata un elemento centrale per tutti gli innovatori: nel cinema, con i chiaro scuro di Friz Lang e gli sguardi illuminati di Buster Keaton, in pittura, con gli scorci psicologici di Caravaggio, con la luce artificiale di Vermeer, e le installazioni neon di Fontana, in architettura con l’apertura alla luce naturale nelle costruzioni di Le Corbusier. E questi sono solo pochi esempi. Eppure per molto tempo, come in altri settori, l’Italia è rimasta indietro nell’uso delle nuove tecnologie e delle infinite risorse legate all’illuminazione. Il nostro immaginario collettivo spaziava in modo limitato dai principeschi lampadari veneziani di Murano, ai neon asettici e asfittici dei garage o dei lampioni delle nostre città, senza dimenticare le abatjour del tinello negli anni 50’. Non per Marco Pollice che è sempre stato al passo coi tempi, facendo ricerca e aggiornamenti costanti.

Per cambiare non solo la funzione ma il modo di illuminare una strada o un museo, una biblioteca o una stanza, è stato necessario coniugare storia e futuro, estetica e progetto, invenzione artistica e tecnologia, ricerca dei materiali e risparmio dei consumi: sono questi gli obiettivi e i presupposti del gruppo di lavoro guidato da Marco Pollice per la sua azienda, in continua evoluzione e perenne consolidamento. In questa orbita e filosofia di fondo, sono stati effettuati progetti illuminotecnici per ambienti privati ed urbani come la Borsa di Istanbul con Aldo Cibic, la Metropolitana 3 di Milano con Claudio Dini, il Portello con Mario Bellini, il Golf Resort Castiglion del Bosco a Montalcino con lo studio Archflorence, ma anche singole abitazioni come la Villa Alberto Alessi con Aldo Rossi o negozi come il flagshipstore per Stuart Weitzman con Zaha Hadid.
L’ultima sfida di Marco Pollice, presentata alla settimana milanese del Design di quest’anno, sono stati i Quadri di Luce, lampade progettate e ideate da Giò Ponti nel 1950 e oggi rieditate in edizione limitata dalla Pollice Illuminazione secondo i disegni originali del grande maestro. Giò Ponti collaborò già in passato per importanti progetti con il nonno Ugo Pollice e oggi Marco riapre il dialogo e ricorda che Giò Ponti ha sempre parlato e sempre inseguito “l’idea di un luogo, di una forma, di una possibilità di perfezione totale, al di là del caos quotidiano, dell’incertezza, dell’oscurità. Oggetti senza peso e senza ombre, un modo di abolire l’arredare e scoprire la luce dell’esistenza”.

Marco Pollice ha collaborato con Antonio Citterio, Bruno Viganò, Aldo Cibic, Norman Foster, Nathalie e Virginie Droulers, Giuseppe e Lazzaro Raboni, Marco Zanuso jr suo punto di forza è la volontà di approfondire sempre più lo scambio professionale e culturale che da qualche anno porta avanti in una prospettiva interdisciplinare con artisti, teorici, designer, architetti, urbanisti, psicologi e tutti coloro che provano ad inventare il futuro, rendendo migliore il presente. Riuscire ad interagire in un progetto, rispettandone le componenti estetico-funzionali, portando un apporto fondamentale come quello dell’illuminazione, comporta implicazioni e variazioni notevoli. I risultati sono sempre stati soddisfacenti da ambo le parti?
Sì, certamente. E’ importante quando si lavora a più teste creare un clima di dialogo e soprattutto di ascolto reciproco. Se non si è disposti ad ascoltare si rimane chiusi in un perimetro ridondante e non esiste possibilità di crescita e di conseguenza anche il progetto ne risentirà. Ho sempre lavorato con soddisfazione con architetti ed artisti la cui elevata professionalità ha agito da elemento di scambio e arricchimento del nostro sapere, portando così alla realizzazione di progetti che rispettavano le competenze e le passioni di ciascuno.

L’artista Nanda Vigo e Lucio Fontana prima di lei, scoprono come materia la luce. Luce che non deve essere più contenuta, circoscritta e incapsulata ma che agisce essa stessa come elemento costruttivo e duttile dello spazio, senza occuparlo. Anche voi avete scoperto la sostanza pregnante e la potenza invisibile della luce?
Io sono cresciuto in una famiglia che dal 1908 ha sempre fatto luce. La luce è materia a tutti gli effetti. Fare esperienza della luce è partecipare ad un evento: è la visione che apre le porte della conoscenza, del nostro sentire interno, del nostro stare bene. La luce partecipa del nostro stato d’animo, produce un mutamento. La luce è materia come la pittura ma immateriale quanto alla sua consistenza. Detto con le parole di Maria Zambrano:“E’ ciò in cui si mostra l’enigma della visione, celebra questo enigma”. La vista è il senso più alto, quello che ha la proprietà di poter toccare pur mantenendosi a distanza, così la luce come mezzo per la vista ha la forza del coinvolgimento di un’esperienza estetica e la potenza di veicolare emozioni. Per questo è tanto fondamentale la scelta di una specifica luce all’interno di ogni luogo in cui l’uomo è previsto come abitante. Con la luce e non di meno con le ombre, posso formare vuoti e pieni, realizzare atmosfere su misura, posso ricreare il ciclo della giornata in ogni suo momento. Consapevole dei profondi effetti che la luce e il colore producono sul tono dell’umore, come light designer so di avere una responsabilità altissima rispetto alla luce che andrò a scegliere, per questo non posso permettermi mai di smettere di studiarla.

L’arredo urbano in Italia è obsoleto e antiquato in quasi tutti i contesti, perfino la Spagna, è in questo senso più avanzata di noi. Le cause sono molteplici, imposizioni burocratiche, ondate di superficialità, la politica del non-cambiamento, incapacità di scegliere e delegare ai migliori designer e architetti che non mancano in Italia. Come siete riusciti a ritagliarvi lo spazio per i vostri interventi, grazie alla committenza dei privati? L’illuminazione del Duomo di Milano è stato un vostro progetto commissionato allora dal Comune di Milano o dallo studio d’architettura che ai tempi si occupava del rinnovo e della ristrutturazione della cattedrale?
Molti dei nostri interventi nei progetti pubblici ci sono stati commissionati direttamente dall’Ente energetico o dal Comune di pertinenza, spesso superando un concorso, altre volte per interesse diretto dell’Ente. Nel caso del Duomo di Milano, l’Ente in causa era l’AEM. Altre volte sono gli architetti stessi che ci coinvolgono per l’intervento di consulenza illuminotecnica. Certo l’arredo urbano in molte città rimane ancora una richiesta che è più un intervento dal sapore del“temporary” e non con un suo fine per la città.

Negli ultimi vent’anni la tutela dell’ambiente, il risparmio energetico e le nuove soluzioni tecniche come le lampade al led a basso consumo sono realtà accertate. Queste prerogative non sono contemplate a dispetto della qualità, della durata e dell’estetica e possono essere impiegate in contesti urbani, come anche in quelli intimi delle abitazioni. In Italia, il precursore per eccellenza è stata Ikea, con i suoi designer svedesi che cercavano di rivoluzionare ma anche trovare una mediazione tra il razionalismo e lo stile mediterraneo. Anche Pollice illuminazione, vuole espandersi in futuro e non rispondere solo ad una sofisticata e ricercata richiesta, necessariamente elitaria e circoscritta?
Noi ci stiamo muovendo in questo senso ormai da anni. Espandersi è già un progetto in progredire ma questo non vuol dire per me rinunciare all’eccellenza, anzi. Un punto fermo che appartiene alla mia cultura è che non si può mai progettare a prescindere dalla qualità. Metto l’essere umano al centro di ogni mio progetto, senza distinzione di budget o metri quadri.
Aumentare la qualità significa risparmiare e il risparmio è sempre ad ampio spettro e comincia proprio dallo scegliere sorgenti innovative ad alta efficienza luminosa e cromatica che permettono di risparmiare fino all’80% sui costi energetici e di manutenzione, e così facendo, posso ridurre il numero dei corpi illuminanti in favore della loro alta qualità e di un sapiente posizionamento degli stessi. Ma poter risparmiare ha anche a che fare con la salute.
Salvaguardando la salute, ad esempio, guadagnerò sulla qualità del lavoro producendo diffuso buon umore, riducendo le assenze da malattia, evitando le pause da affaticamento i disturbi alla vista e di concentrazione, e creando quel generale benessere che porta l’altro ad avvicinarsi ad una vetrina, a desiderare di comprare, ad ascoltare in classe, a mangiare bene, a rilassarsi e via dicendo, a seconda del contesto in cui vive e agisce. Una buona luce dunque stimola e promuove, produce cultura, nutre lo spirito e cura l’umore. Nella nicchia o ad ampio raggio, io agisco comunque sempre con la stessa convinzione di fondo.

Ti diplomi come Art Director in regia cinematografica alla N.Y. University. Solo chi proviene dal cinema e dal potere di creare mondi e storie anche attraverso la luce può trasferire quell’inventiva anche al mondo reale. L’aspetto surreale ed immaginifico, lo stesso che alimentava anche Bruno Munari, si può applicare alla progettazione dell’illuminazione, senza arrivare alle lampade a forma di mitra di Philip Starck?
Sicuramente la luce è una materia straordinaria che ha di per sé quel surreale e immaginifico che alimentava Munari. Quando si parla di luce però, si tende spesso a sottovalutare il ruolo giocato invece dall’ombra. Solo il gioco sapiente di luce e ombra insieme è capace di creare quella dimensione onirica e intensamente emozionante che è caratteristica del cinema e del teatro. In fase di progettazione considero sempre il ruolo di entrambe.

L’architetto ed ingegnere messicano Ramiro Barragan, riconosciuto come maestro internazionale, ha riscoperto la componente araba dell’acqua e ha negato l’utilizzo del vetro, prediligendo forme morbide e i colori intensi della sua tradizione culturale. La luce elemento ancestrale del paesaggio, è stata accolta e valorizzata dai suoi progetti architettonici, per rendere la visione speciale e i riti della quotidianità luminosi. Anche in Italia, risulta fondamentale trovare un’armonia e un equilibrio tra il patrimonio artistico da valorizzare e conservare da una parte, e le nuove tecnologie e le inedite applicazioni progettuali dall’altra, anche a livello d’illuminazione. Puoi fare un esempio dei vostri progetti che sintetizzano questi presupposti?
Quando ci si trova dinanzi a qualcosa che ha già una sua storia, certamente la migliore cosa da fare è calarsi in quella storia, vestirne i panni, conoscerne il luogo e valorizzare quest’appartenenza senza stravolgerla nelle sue linee di fondo ma dando nuovo risalto a ciò che maggiormente la caratterizza e questo è possibile proprio grazie alla tecnologia di oggi in questo campo. Ho imparato via via negli anni che illuminare non è solo far luce, ma significa creare un’atmosfera, indirizzando e guidando questa luce con l’impiego di tutte le tecniche necessarie.

Nel caso di una villa calata nella natura a St. Moritz, abbiamo ricreato un’atmosfera che fosse sincronica con la nostra percezione della notte e del luogo, e per il Golf Resort di Castiglion del Bosco a Montalcino e del suo borgo medievale abbiamo scelto tonalità di colore e intensità luminose che gli somigliassero, restituendo visibilità e valore alla storia di quel luogo, nel rispetto della tradizione. L’utilizzo del moon light, il gioco di luce e ombra, ha decisamente avuto parte rilevante nel progetto.

I nuovi committenti possono essere anche russi o arabi, senza una competenza adeguata e un gusto estetico a volte discutibile. In questi casi rifiutate la committenza o cercate un degno compromesso?
Io non parlerei tanto di gusti ma di stili. Come progettista il mio compito è anche quello di creare, assieme all’architetto, un progetto che è anche un progetto culturale, un progetto nuovo al committente, disegnato su di uno stile preciso, che può spaziare dal minimalismo al classicismo, dal design rigoroso, alla boiserie in legno, dal bianco al colore, ma che è sempre uno stile firmato made in Italy. Noi esportiamo la nostra cultura, il nostro gusto italiano, quello in cui siamo bravi ed è anche quello che il committente si aspetta da noi. Nessun compromesso dunque. Solo buon gusto.

Dopo la laurea americana, hai optato per una specializzazione al Politecnico di Milano in Progettazione Illuminotecnica. Ad un giovane che vuole intraprendere la stessa ricerca e applicazione sulla luce consigli esperienze e conoscenze trasversali all’estero, dopo uno studio approfondito di Storia dell’Arte nel nostro paese?
A quel giovane direi di venire prima da noi. Potremmo aiutarlo a capire quale indirizzo prendere in questo vasto scenario che comprende design, ricerca, salute, arte, filosofia, psicologia. Una volta che le sue idee fossero chiare, potrebbe cominciare un percorso di formazione e poi di specializzazione più mirato. Sicuramente una preparazione in Storia dell’Arte è una buona base da cui partire, ma dipende comunque dagli interessi e dalle inclinazioni personali. Sono fermamente convinto che la cultura sia sempre l’investimento più grande.

Con quale artista o architetto italiano vorresti collaborare in futuro in un progetto comune?
Sono ormai nel settore da molti anni, e ho avuto il privilegio di lavorare sempre con importanti architetti, con molti dei quali ho una collaborazione continuativa. Con l’arch. Florencia Costa sto partecipando ad un interessante progetto per la Biennale di Venezia del 2016, che prevede già un assaggio a maggio, e con Massimo Uberti artista contemporaneo, imparo a leggere la luce nella sua straordinaria dimensione artistica.